Una soluzione basata sulla natura può sembrare perfetta su una mappa di idoneità e fallire comunque sul campo: il suolo può essere meno permeabile del previsto, può mancare un budget per la manutenzione, oppure la comunità può semplicemente non volerla. Il nostro nuovo capitolo, pubblicato nel volume Springer Greening and Resilience (collana Urban Sustainability), affronta proprio questo scarto tra pianificazione tecnica e realtà locale nelle città del Mediterraneo, uno degli hotspot mondiali del cambiamento climatico.
Il lavoro, guidato da Awais Naeem Sarwar, ha messo alla prova un metodo in tre fasi negli otto siti dimostrativi del progetto OurMED: il bacino del Bode (Germania), Júcar–Albufera (Spagna), Arborea (Italia), Agia (Creta, Grecia), Medjerda (Tunisia), Sebou (Marocco), Mujib (Giordania) e Konya (Turchia). Nella prima fase una classificazione GIS descrive ciascun bacino per ecosistema, clima, suolo e pendenza. Nella seconda una matrice decisionale costruita sulla letteratura associa queste condizioni a interventi verdi, blu e ibridi, producendo mappe preliminari delle NbS. Nella terza, quella decisiva, esperti locali con oltre dieci anni di esperienza hanno discusso e annotato le mappe in un workshop strutturato, verificando ogni proposta per fattibilità tecnica, accettabilità sociale e sostenibilità istituzionale.
Il confronto ha cambiato le mappe in modo sostanziale. Circa una proposta su tre ha richiesto modifiche: in quasi la metà dei casi è cambiato il tipo o la scala dell’intervento, in circa uno su cinque la localizzazione, mentre un terzo delle proposte è stato eliminato o sostituito. A Konya un unico grande bacino di raccolta delle acque piovane ha lasciato il posto a tanti piccoli giardini della pioggia (rain garden), mentre la rinaturalizzazione dei laghi è stata accantonata perché gli afflussi necessari sono in gran parte destinati all’agricoltura. Nel bacino del Júcar gli esperti hanno preferito le zone umide, una soluzione già ben conosciuta sul territorio, alla riconnessione delle aree golenali, accettando un’efficacia tecnica leggermente inferiore in cambio di una maggiore accettazione. Nelle discussioni è tornato spesso anche il tema della governance: budget di manutenzione assenti, competenze divise tra uffici dell’acqua, dell’urbanistica e dell’ambiente, e fattori sociali che nessuna mappa riesce a mostrare.
La lezione è che le città resilienti non si progettano a tavolino: si costruiscono insieme a chi le abita e se ne prende cura. Poiché il metodo è modulare e usa solo dati liberamente accessibili, può essere applicato dalla scala di quartiere a quella di un’intera città e trasferito ad altre regioni, offrendo alle amministrazioni uno strumento concreto per fare della validazione partecipata una fase ordinaria della pianificazione per l’adattamento climatico. Il capitolo sviluppa il framework per la selezione delle NbS pubblicato sul Journal of Environmental Management e fa parte della nostra ricerca sulle soluzioni basate sulla natura.
Sarwar, A. N., Caramiello, C., Pugliese, F., Secci, D., Magnabosco de A. Gomes, R., Bal, E., Ceseracciu, C., Avino, A., Daloglu Cetinkaya, I., Copty, N. K., Jomaa, S., & Manfreda, S. (2026). Participatory Validation of Nature-based Solutions (NbS) for Enhanced Resilience. In L. Diana et al. (Eds.), Greening and Resilience (Urban Sustainability, pp. 31–45). Springer Nature Singapore.
La ricerca è stata sostenuta dal progetto OurMED (programma PRIMA) e dal progetto PRIN CHANCES.

